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Ciao, grazie di essere qui con noi per un nuovo numero di Chessidice nel mondo dei media!
Il tema di questa newsletter doveva essere differente, ma ieri è arrivata una delle notizie che nel settore si attendeva da qualche settimana: la vendita della Stampa al gruppo Sae. Un accordo preliminare, anche se è la mossa che dovrebbe servire a sbloccare la partita sul resto di Gedi (Repubblica e le radio), pronto a passare ai greci Kyriakou, come ben spiega in questo articolo Marco Capisani che ha seguito tutta la vicenda.
La vendita della Stampa rappresenta un momento importante: non esiste più l'impero dei giornali locali del gruppo Gedi.
In realtà non esisteva già dallo scorso dicembre. Primo perché con il passaggio di proprietà della Sentinella del Canavese erano uscite dal perimetro dell'editrice tutte le testate dell'originario gruppo Finegil. Secondo perché, in realtà, la Stampa, arrivata nel 2016/2017 con la fusione Itedi-Espresso (insieme con il Secolo XIX), aveva una vocazione di quotidiano nazionale, sebbene le vendite non avessero mai smentito il suo radicamento nel territorio.
Un viaggio in un'unica grande rete
Vale la pena ricordare cos'era quella rete di giornali locali. Immagina di prendere un treno negli anni pre-Gedi, prima del 2017, e di partire da Trieste con Il Piccolo appena comprato in edicola. Mezz'ora verso nordovest e sei già in Friuli col Messaggero Veneto, poi su fino a Trento e Bolzano con l'Alto Adige e Trentino, giù in pianura tra le Gazzette di Mantova, Modena e Reggio Emilia, e ancora verso il mare a Livorno con il Tirreno. Un traghetto per raggiungere la Sardegna e quindi il quotidiano di Sassari, la Nuova Sardegna. Infine, il ritorno nella Penisola, la discesa lungo il Tirreno fino a Salerno, capolinea. In mezzo, una decina di altre città e di altri giornali sparsi tra Veneto, Emilia, Abruzzo.
Migliaia di chilometri, 17 testate e una costante: un unico grande editore. Nel 2020 sono cominciate le dismissioni massicce, ma i primi pezzi erano già stati venduti dal 2015 in poi.
La nuova rotta frammentata
Oggi il percorso è molto diverso: nel Nord Est la targa sulle redazioni riporta la sigla Nem, una cordata messa insieme da Banca Finint e da industriali del territorio che ha comprato in blocco l’intero ramo triveneto di Gedi. Spostandosi verso Ovest si scopre che la Gazzetta di Mantova, il quotidiano più antico d'Italia ancora in pubblicazione, dal 2023 è della veneta Athesis.
Poi si trova il raggruppamento di Sae (Gazzette di Modena e Reggio Emilia, Tirreno, Nuova Sardegna tra gli altri) e, infine, gli editori più piccoli: quelli del Centro e de La Città.
Separazione vs aggregazione
Gedi e prima ancora Espresso-Finegil non sono stati gli unici editori di giornali locali in Italia, ma con la loro sparizione la geografia editoriale è cambiata: da una costellazione di 15‑18 quotidiani coordinati, con scambi di competenze e progetti comuni all'interno di un gruppo nazionale, si è passati a tre poli forti al Centro Nord ed editori più piccoli al Centro Sud.
Il segnale che ci giunge dal resto dei media va nel senso contrario: quello delle aggregazioni. Persino fra i giornali locali: Usa Today con la sua ultima acquisizione di qualche giorno fa è ormai arrivata a possedere oltre 200 testate. Mettere insieme testate minacciate dalla crisi della carta, dice, creando economie di scala, piattaforme digitali comuni e nuovi ricavi, serve a preservare occupazione giornalistica e copertura locale.
Quegli scrigni da preservare
Da un lato le pubblicazioni locali ex Gedi restano «scrigni pieni di tesori», come hanno scritto i giornalisti della Sentinella in risposta al benservito di Gedi, perché custodiscono la memoria minuta dei territori. Dall’altro non esiste più una rete nazionale che li tenga insieme come sistema. In ogni caso, non è detto che non bastino poli pluri-regionali per preservare questo patrimonio. E l'augurio, alla fine, è questo.
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